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Da Vrnjačka Banja a Ischia: come cambia il turismo termale tra Balcani e Mediterraneo

15/10/2026

Da Vrnjačka Banja a Ischia: come cambia il turismo termale tra Balcani e Mediterraneo

Chi arriva a Vrnjačka Banja in una mattina di fine ottobre trova una scena che ha poco di esotico e parecchio di familiare: pensionati che percorrono il viale principale con un bicchiere riempito alla fontana, famiglie arrivate da Belgrado per il fine settimana, gruppi organizzati in fila davanti alle sorgenti con la stessa pazienza che si riserva agli sportelli degli uffici pubblici. La cittadina della Serbia centrale è da oltre un secolo uno dei poli del turismo termale nei Balcani, e il modo in cui funziona oggi dice molto su come stia cambiando un settore che, dall’altra parte dell’Adriatico, ha in Ischia uno dei suoi luoghi più riconoscibili. Due modelli nati in contesti diversissimi, uno legato alla sanità pubblica di uno Stato socialista e l’altro al turismo balneare del dopoguerra italiano, che negli ultimi tempi si stanno avvicinando per ragioni molto concrete: prezzi, stagionalità, età media dei clienti.

Le terme dei Balcani tra eredità jugoslava e nuovo mercato

Per capire le banje serbe, bosniache o croate bisogna partire da un dato che in Italia si tende a dimenticare. Nella Jugoslavia socialista la località termale era prima di tutto un luogo di cura, inserito nel sistema sanitario: i soggiorni riabilitativi venivano prescritti, coperti dai fondi assicurativi, spesso organizzati attraverso le imprese e i sindacati. Da qui nascono i grandi complessi in cemento degli anni Settanta, i sanatori con i reparti di fisiatria, le sale per l’idroterapia che ancora oggi convivono con hotel ristrutturati e centri benessere di gusto internazionale.

Dopo le guerre degli anni Novanta molte di queste strutture sono rimaste in un limbo, tra privatizzazioni incomplete e manutenzione ridotta al minimo. La ripresa è arrivata soprattutto dal turismo interno: la Serbia, per diverse stagioni, ha distribuito ai propri cittadini voucher per le vacanze nel Paese, e una parte consistente è stata spesa proprio nelle località termali. A Vrnjačka Banja, a Sokobanja, a Banja Koviljača la clientela è tornata, ma con aspettative diverse. Accanto a chi arriva con una prescrizione per problemi articolari o respiratori c’è chi cerca semplicemente una piscina calda, una sauna e un ristorante decente, e le strutture devono tenere insieme le due cose senza che l’una cannibalizzi l’altra. Discorso simile per Ilidža, alle porte di Sarajevo, dove le sorgenti erano già note in epoca romana, o per Varaždinske Toplice in Croazia, che punta molto sulla riabilitazione ortopedica.

Ischia e le acque termali vulcaniche: la cura dentro la vacanza

L’isola campana ha seguito una traiettoria quasi opposta. Le sue acque termali sono figlie dell’attività vulcanica, e la quantità di sorgenti distribuite su un territorio così piccolo ha permesso, a partire dagli anni Cinquanta, di costruire un modello in cui la terapia non è un appuntamento separato dalla villeggiatura ma ne diventa una componente. Molti alberghi si sono dotati di piscine alimentate direttamente dal bacino idrotermale, di reparti per i fanghi e per le inalazioni, di personale medico interno: chi sceglie un hotel con terme a Ischia di solito non deve spostarsi per fare il ciclo di cure, perché lo trova al piano terra, tra la colazione e il pranzo, cosa che ha contribuito non poco a fidelizzare una clientela che torna anno dopo anno, spesso nello stesso periodo e talvolta nella stessa camera.

Resta poi il canale delle cure termali convenzionate con il Servizio sanitario nazionale, che consente di effettuare un ciclo all’anno in strutture accreditate, con impegnativa del medico di base e pagamento del ticket. È un meccanismo che lega ancora il termalismo italiano a una dimensione sanitaria, anche se nella percezione comune la parola “terme” evoca sempre più spesso il weekend di relax piuttosto che la fangoterapia per l’artrosi. Ischia vive esattamente dentro questa ambiguità, e in un certo senso ci guadagna: può parlare a chi ha bisogno di una cura e a chi vuole solo stare in acqua calda guardando il mare, senza dover scegliere un’identità sola.

Prezzi, stagionalità e clientela: dove i due modelli si incontrano

Il punto di contatto più evidente tra le località balcaniche e quelle mediterranee è il calendario. Le terme servono, da una parte e dall’altra, ad allungare una stagione che altrimenti si concentrerebbe in poche settimane. A Ischia la bassa stagione termale, tra primavera e autunno, tiene aperti alberghi che con il solo turismo balneare farebbero fatica a coprire i costi; nelle banje serbe il discorso è speculare, perché la domanda interna si distribuisce lungo tutto l’anno e l’inverno, con le piscine esterne fumanti nel freddo, è diventato un argomento di vendita.

Diverso il capitolo dei prezzi. Le strutture balcaniche restano mediamente più economiche, e questo le rende interessanti per un pubblico regionale (sloveni, croati, bosniaci, macedoni) che si muove in auto e confronta le offerte con attenzione. Il loro limite è la qualità disomogenea: nella stessa località si passa da un hotel rinnovato con standard europei a un edificio che conserva intatti gli arredi dell’epoca jugoslava, con tutto il fascino e tutti i problemi del caso. Ischia, invece, sconta i costi di un’isola, l’accesso via traghetto da Napoli o Pozzuoli e una concorrenza interna che spinge verso servizi più curati, con tariffe di conseguenza.

C’è infine la questione anagrafica, che entrambi i sistemi stanno affrontando con una certa cautela. Il cliente storico delle terme è anziano, arriva per curarsi e chiede soprattutto continuità; quello nuovo è più giovane, prenota online, confronta recensioni e considera la piscina termale alla stregua di una spa. Le località che riescono a tenere insieme i due pubblici, senza trasformare il reparto di fisioterapia in un’appendice decorativa né il centro benessere in un ambulatorio, sono quelle che oggi reggono meglio. Che si trovino in una valle della Serbia centrale o su un’isola del golfo di Napoli, la domanda a cui devono rispondere è la stessa, e riguarda il significato che una generazione abituata alle spa urbane attribuirà, tra dieci anni, alla parola “cura”.