Serbia e NATO: perché Belgrado resta un caso a parte
07/09/2026
La posizione della Serbia rispetto alla NATO costituisce, nel panorama geopolitico balcanico del 2026, uno degli equilibrismi più tenaci e strutturalmente radicati dell'intera regione: Belgrado mantiene lo status di paese partner dell'Alleanza attraverso il programma Partnership for Peace, partecipa a esercitazioni congiunte e intrattiene relazioni diplomatiche con i membri dell'Alleanza, eppure rifiuta con coerenza qualsiasi prospettiva di adesione formale, una postura che non è il frutto di un calcolo momentaneo ma di una stratificazione storica, identitaria e geopolitica difficilmente riducibile a mere convenienze di breve periodo. Chi osserva la regione dall'esterno tende a leggere questo atteggiamento come ambiguità o come doppiezza tattica; chi conosce la storia recente serba vi riconosce invece la risultante di forze che agiscono su piani diversi e raramente convergenti.
Il bombardamento della Jugoslavia nel 1999, condotto proprio sotto l'egida NATO, ha lasciato nella memoria collettiva serba una cicatrice che nessun accordo diplomatico successivo ha saputo rimarginare del tutto: 78 giorni di raids aerei su infrastrutture civili e militari, la perdita del Kosovo — riconosciuto da molti alleati NATO come stato indipendente — e una narrativa di umiliazione nazionale che i partiti di ogni colore hanno poi utilizzato, con intensità variabile, come leva identitaria. La questione Serbia-NATO non si esaurisce perciò in un'analisi di convenienze strategiche, ma attraversa il piano della memoria storica, delle alleanze energetiche con Mosca, del rapporto irrisolto con Pristina e di una serie di condizionamenti interni che la dirigenza di Belgrado gestisce con una pragmatica consapevole delle proprie contraddizioni.
Nel 2026, con la guerra in Ucraina che ha ridisegnato le priorità di sicurezza europee e con l'allargamento NATO ai Balcani occidentali ancora incompleto — la Bosnia-Erzegovina e il Kosovo restano fuori, per ragioni diverse ma interconnesse — la posizione serba acquista un peso specifico superiore a quello che la dimensione demografica o economica del paese giustificherebbe. Belgrado è diventata un nodo: troppo grande per essere ignorata, troppo reticente per essere integrata, troppo esposta per essere lasciata del tutto alla deriva.
Il quadro storico: le radici del distacco da Bruxelles e Washington
Comprendere perché la Serbia abbia scelto la neutralità militare come principio costituzionale — sancita dalla risoluzione parlamentare del 2007 — richiede di tenere insieme almeno tre filoni storici che raramente vengono letti in modo integrato: la tradizione di non allineamento ereditata dalla Jugoslavia di Tito, il trauma del 1999 e la questione kosovara come elemento di blocco permanente nei confronti di qualsiasi avvicinamento strutturale all'Occidente militare. La neutralità militare non è, in questo contesto, una scelta passiva o rinunciataria; è una posizione attiva, che consente a Belgrado di mantenere relazioni militari con la Russia — compresa la partecipazione a esercitazioni congiunte come Slavic Brotherhood, sospese ma non formalmente archiviate — e di non dover scegliere apertamente tra due orbite che percepisce come alternative inconciliabili.
La risoluzione del 2007 è stata rinnovata e confermata in più occasioni successive, anche sotto governi di orientamento diverso, il che suggerisce che il consenso sulla neutralità trascenda le divisioni partigiane e risponda a una percezione diffusa nell'elettorato serbo; i sondaggi più recenti, inclusi quelli condotti nel 2025 dall'Istituto europeo per la democrazia e i diritti umani, confermano che una maggioranza stabile — attorno al 65-70% — si oppone all'adesione NATO, una cifra che non ha subito variazioni significative nemmeno dopo l'invasione russa dell'Ucraina, a differenza di quanto accaduto in altri paesi della regione dove il sostegno all'Alleanza è cresciuto sensibilmente.
Le relazioni Serbia-Russia: dipendenze energetiche e allineamenti simbolici
La dipendenza energetica dalla Russia ha rappresentato per anni il vincolo più concreto e meno negoziabile nel rapporto tra Belgrado e Mosca: il gas fornito da Gazprom a condizioni preferenziali, il ruolo di NIS — la compagnia petrolifera serba a partecipazione maggioritaria russa — e i contratti di fornitura a lungo termine hanno configurato un'asimmetria strutturale che non si dissolve con le dichiarazioni politiche. Nel 2025 la Serbia ha avviato un processo di diversificazione degli approvvigionamenti energetici, con accordi per l'importazione di GNL attraverso il terminale greco di Alexandroupolis e con investimenti nelle rinnovabili sostenuti in parte da fondi europei; tuttavia, la transizione è lenta e i margini di manovra politica che ne derivano restano limitati, soprattutto in un contesto in cui Mosca mantiene strumenti di pressione indiretta attraverso la diaspora serba in Bosnia e le reti di influenza nei media locali.
Al di là degli interessi materiali, il rapporto con la Russia ha una componente simbolica che le élite politiche serbe — inclusa quella attuale, guidata da una leadership che alterna retorica europeista e gestuali filo-russe a seconda delle contingenze — non possono permettersi di ignorare: la narrazione dello slavismo ortodosso condiviso, il veto russo al Consiglio di Sicurezza ONU sulla questione kosovara e la percezione di Mosca come contrappeso agli interessi occidentali nella regione sono elementi che strutturano una parte consistente del discorso pubblico serbo, indipendentemente dalla loro traduzione in politiche concrete.
La questione kosovara come veto implicito all'integrazione NATO
Tra tutti i fattori che rendono l'adesione serba alla NATO un'ipotesi non solo lontana ma strutturalmente bloccata, la questione del Kosovo occupa una posizione centrale e difficilmente aggirabile: ventisette dei trenta membri dell'Alleanza riconoscono l'indipendenza kosovara, e la stessa NATO è presente sul territorio attraverso KFOR con circa 4.500 effettivi nel 2026, una presenza che Belgrado tollera ma che costituisce, nell'immaginario politico serbo, la materializzazione di un'occupazione internazionale del proprio territorio. Chiedere alla Serbia di aderire a un'organizzazione che garantisce militarmente l'integrità territoriale di uno stato che essa non riconosce equivale, nella logica politica interna, a chiedere una capitolazione simbolica che nessun governo serbo potrebbe sostenere senza perdere la propria base di consenso.
I negoziati facilitati dall'Unione Europea — il cosiddetto Dialogo Belgrado-Pristina — hanno prodotto nel 2023 l'Accordo di Bruxelles e il successivo allegato di Ohrid, che impegnavano entrambe le parti a passi reciproci verso la normalizzazione; l'implementazione, tuttavia, è rimasta ampiamente bloccata, con accuse incrociate di inadempienza che riflettono la difficoltà strutturale di far coesistere due narrative di sovranità incompatibili all'interno di un quadro negoziale che nessuna delle parti ha realmente interesse a far collassare, ma che entrambe usano come strumento di pressione politica interna.
Il programma Partnership for Peace e la cooperazione militare con la NATO
Nonostante il rifiuto dell'adesione, la Serbia partecipa al programma Partnership for Peace dal 2006 e ha progressivamente approfondito la cooperazione pratica con l'Alleanza in ambiti che vanno dalla gestione delle crisi alla formazione dei quadri militari, dalla riforma del settore della difesa alla partecipazione a missioni internazionali sotto mandate ONU: i militari serbi hanno operato in Afghanistan nell'ambito di ISAF e partecipano a esercitazioni multilaterali che tecnicamente li pongono fianco a fianco con soldati dei paesi NATO. Questa cooperazione funzionale, che avviene sotto traccia rispetto al dibattito pubblico sull'adesione, ha prodotto un certo grado di interoperabilità e ha esposto le forze armate serbe agli standard procedurali dell'Alleanza, senza che questo si traducesse in un avvicinamento politico misurabile.
La IPAP — Individual Partnership Action Plan — definisce gli obiettivi di cooperazione annuale tra Belgrado e Bruxelles; nel ciclo 2024-2026, i punti prioritari includono la riforma della gestione delle risorse di difesa, la trasparenza nel controllo democratico delle forze armate e la cooperazione nel contrasto al traffico di armi nei Balcani occidentali, un problema che l'UE e la NATO identificano come una delle principali minacce alla stabilità regionale. La Serbia coopera su questi dossier con efficacia apprezzabile, il che rende il suo status di non-membro tanto più paradossale agli occhi degli analisti atlantisti, abituati a leggere la cooperazione come anticamera dell'integrazione.
Le prospettive nel contesto europeo e regionale del 2026
La traiettoria della Serbia nei confronti della NATO nei prossimi anni dipenderà da almeno tre variabili che nel 2026 rimangono tutte aperte: l'evoluzione del conflitto ucraino e le sue implicazioni per l'architettura di sicurezza europea; l'andamento dei negoziati di adesione all'Unione Europea — un processo nel quale Belgrado è formalmente candidata dal 2012 ma che ha subito rallentamenti significativi legati alla questione kosovara e alle preoccupazioni sullo stato di diritto — e infine la dinamica politica interna, con un ciclo elettorale che potrebbe ridisegnare gli equilibri di potere tra le forze europeiste e quelle nazionaliste.
La pressione dell'UE per un allineamento della politica estera serba alle posizioni comuni europee — che includono le sanzioni alla Russia — è aumentata sensibilmente dopo il 2022, e Belgrado ha risposto con un allineamento parziale e selettivo che non soddisfa né Bruxelles né Mosca; questa posizione di mezzo, che alcuni leggono come vulnerabilità e altri come risorsa diplomatica, è probabilmente destinata a perdurare fintanto che la questione kosovara non troverà una qualche forma di stabilizzazione condivisa, un'eventualità che nel 2026 appare ancora lontana dalla concretizzazione. La Serbia resterà, almeno nel medio periodo, un caso a parte: un paese che stringe la mano all'Alleanza senza stringere patti, che si avvicina all'Europa senza tagliare i ponti con Mosca, che gestisce contraddizioni strutturali con una pragmatica che, a seconda del punto di osservazione, si chiama ambiguità o strategia.
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Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to